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È arte la fotografia? Chi lo sa e chi se ne importa? Mi piace... Edward Weston

Incontro con l'autore "Pino Marchesino"

Il mondo di dentro e il mondo di fuori

“LO SGUARDO LE STORIE IL RACCONTO” è il titolo della mostra fotografica di Pino Mar-chesino . Nel momento in cui si accede alla sala si ha, fin da subito, l’impressione di stare per assiste-re a qualcosa d’interessante; poi, quando lo sguardo si sofferma sulle prime immagini, capiamo: è lo spettacolo della fotografia, a due palmi dal nostro naso.
Al giorno d’oggi siamo letteralmente frastornati da una infinità di immagini che ci sommer-gono, quasi infastidiscono e confondono, al punto che è diventato arduo anche avere cognizione della vera identità di un autore, immerso com’è in una dilagante, deludente e replicata mediocrità. Ma, così come una stilografica col pennino d’oro non basta a fare uno scrittore, fotocamere di gran nome e magie con i pixel non qualificano in automatico qualsiasi persona come fotografo. E proprio questo mi capita ora di costatare: con l’avvento del digitale sembra quasi che il baricentro della Fo-tografia si sia trasferito dalla rivelazione dell’immagine alla tecnica che ce la propina, spostando l’in-te¬resse dal suo contenuto alla sua postproduzione e a chi se ne occupa.
Certo - Ansel Adams insegna - vi è stato chi della tecnica ha fatto un’arte, ma vi è stato pure chi invece - come H. C. Bresson - lasciava ad altri il compito di sviluppare e stampare le proprie im-magini. Sembra che ora la Fotografia sia diventata il regno degli effetti speciali, del photoshopping, molto spesso a discapito del suo vero significato. Cieli e sfondi sono sostituiti, rughe e nei sono eli-minati, le spose sono trasformate in tante barbie slavate, e mi fermo qui. Ma ha un senso allontanarsi dalla realtà, rifiutarsi di accettarla, per rifugiarsi in un mondo virtuale e a priori non credibile? Di questa nostra necessaria e inalienabile realtà abbiamo dunque tanta paura che pure ai posteri voglia-mo tramandarne una visione falsa e ipocrita, purché a noi gradita?
Per lo scrivente è un piacere l’incarico di redigere queste righe, perché Pino Marchesino va esattamente nella direzione opposta, quella giusta. Le sue opere sono state realizzate subendo una tecnica di cui non si può fare a meno, senza erigerla a vuoto soggetto estetico ma solo piegandola a personali esigenze espressive; e sono in bianco e nero, silenziosamente eloquenti, lontane dal chiasso di quel colore che sovente fuorvia e distrae, parla e non dice. In questa mostra ci si emoziona, si sor-ride e si patisce insieme ai soggetti, si comprendono alcuni eventi meglio, oserei dire, di una lezione frontale di storia contemporanea; vi sono immortalati momenti talvolta unici e irripetibili del nostro presente e scene suggestive di rado colte nel quotidiano. Con gli scatti di Pino vediamo e capiamo la vita, la storia e i sentimenti che segnano il nostro oggi e che quindi sono nostri.
Dall’analisi delle immagini, poi, si deduce che l’Autore passa del tutto inosservato, riesce a mimetizzarsi oppure è accettato nel contesto, non interagisce - snaturandola - con la scena ripresa. E’ come se dietro la fotocamera non ci sia alcuno che crei disturbo, difficoltà o distrazione al soggetto se non un fantasma-bandito, così come l’ha argutamente definito l’amico Guido Pensato nel catalo-go della mostra; ed io aggiungo: fantasma per essersi reso invisibile e bandito per gli abili furti di at-timi impareggiabili.
Le fotografie sono prive dei titoli, ma non se ne avverte per niente la mancanza; infatti, le prerogative del singolo scatto - per quanto notevoli, lo riconosco senza remore - passano in secon-d’ordi¬ne rispetto al significato d'insieme. Le possiamo pensare come un mosaico che, inquadrato dal-la giusta distanza, dice molto di più di ogni sua singola tessera, per quanto bella essa sia. La super additività è una prerogativa esclusiva delle immagini fotografiche; la riprova ne è anche questa mo-stra: valido esempio di quello che potrei definire un portfolio a ciclo aperto intorno a schegge di con-suetudini e momenti umani.
Le immagini hanno un’architettura equilibrata, in un certo senso, pulita. Nel loro percorso vi scopriamo voglia di realtà senza retorica, l’importanza delle cose vere, del documento unico, del quotidiano scorrere della vita. Sembrano pervase da un irrinunciabile rispetto per la realtà: quella è e quella deve apparire. Guardandole, capisci che Pino si è trovato nel posto giusto, al momento giusto. Fortuna? Talento? Forse entrambi. L’Autore gioca a cogliere i momenti (in)usuali e a renderli esclu-sivi, bellissimi: li sente suoi e ce lo fa capire bene con un linguaggio che ha un vago sapore di quel neorealismo fotografico cui Bresson ha, di fatto, aperto la strada. Un risultato notevole, se conside-riamo che la fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare.
Com’è logico, la Fotografia dice (e deve dire) tanto del soggetto ma - nello stesso tempo - al palato fine riesce a dire ancor più del fotografo. Ne evidenzia la cultura, il carattere, la sensibilità. Descrive il suo mondo di dentro attraverso il modo di restituirci il mondo di fuori. Se sappiamo leg-gere l’immagine e se riflettiamo con la dovuta attenzione, forse comprenderemo appieno opere ed Autore. E’ mia opinione che la Fotografia non possa essere considerata semplicemente un pezzo di tempo su un pezzo di carta. In giro si vedono anche esposizioni dai nomi importanti, ma poco so-stanziose, dalle quali spesso si esce a stomaco vuoto. Viceversa, Pino Marchesino si affaccia (anzi, si riaffaccia) alla Fotografia riscattando a pieni voti un quarantennio di assenza, e con questo suo rien-tro ci fa uscire dalla mostra a pancia gradevolmente piena.

Filomeno Mottola

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LO SGUARDO LE STORIE IL RACCONTO
Incontro con l’Autore il 15-05-2015 presso Palazzo Dei Celestini- Auditorium Comunale Manfredo-nia
Mostra dal 18 Maggio al 23 Maggio-2015 Presso Chiosco del Comune di Manfredonia

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